La cura innanzitutto

di Antonio Bufano

Ciò che faticosamente cerchiamo di far emergere in prima istanza è il bisogno di curarsi, al di là del luogo dove avverrà la cura, della tipologia comunitaria prescelta e della metodologia terapeutica che verrà adottata.

Si tratta di operare in uno spazio utile e di fornire primariamente un servizio di orientamento, in modo da consentire alla mente del paziente di aprirsi, di generare un varco sufficientemente ampio e di accedere a una condizione terapeutica essenziale costituita dal vero affidamento all’operatore consulente.

Il paziente deve finalmente concedersi la possibilità di essere paziente, al di là di ogni pur comprensibile resistenza o manipolazione. Per persone che hanno già un storia punteggiata da fallimenti, abbiamo cura che ogni percorso abbia il necessario livello di possibilità di successo. Per questo ci piace pensare largo, e prospettare una residenzialità allo stesso modo in cui possiamo pensare a una semi-residenzialità.

La scelta comunitaria è considerata una opzione cosiddetta di alta soglia, per cui non tutti i soggetti possono trovarsi nel ciclo motivazionale giusto. La persona deve poter esplorare intimamente la propria motivazione, evitando di ricorrere a forme di fuga verbale e a manovre manipolative, come nascondersi dietro un dito o darsi le calle.

Come sottolineava Fritz Perls, possiamo ritrovarci a invitare l’utente a ascoltarsi mentre parla dei suoi non posso, mentre inciampa nelle sue paure taciute, mentre omette o svicola, mente si esalta o si disprezza fino a tentare di restituire un quadro più vero di sé.

La motivazione deve poter diventare qualcosa di fortemente personalizzato e svincolato da aspetti esterni, doverizzazioni, sensi di colpa. Nella nostra esperienza abbiamo trovato utile mostrare il decadimento delle capacità cognitive della persona mediante la somministrazione di test di livello come la WAIS-R e la discussione dei risultati qualitativi. Spesso si deve aspettare molto, prima di trovare il proprio sabotatore interno.

LA FRAMMENTAZIONE DEL SE’ E LA PROSPETTIVA DEL CAMBIAMENTO

Quando pensiamo a una persona portatrice di un problema di dipendenza pensiamo a un soggetto per definizione frammentato e, per lo meno, diviso nella sua ambivalenza.

Per Perls, la direzione principale di tutto il lavoro terapeutico è quello di restituire la persona intera. Ogni cambiamento soggettivo ci piace pensarlo in termini assolutamente globali.

Troviamo che sia utile coinvolgere l’utente sulla sua e nostra idea di cambiamento fin dalle prime battute dell’Accoglienza. Lo invitiamo a fissarsi sul presente, a essere presente e a impegnarsi in un viaggio all’interno del suo vero sé, a essere puntualmente consapevole dell’ambivalenza che mette e metterà in scena.

Non basta smettere di assumere droghe per cambiare, ma occorre modificare la mentalità legata al nascondersi dietro una maschera, l’abitudine a vivere nell’illegalità ed accogliere dentro di sé la determinazione nel volersi sentire parte di una comunità civile.

LA VISITA PSICHIATRICA E LA RICERCA DI SÉ

Dal momento che la letteratura scientifica dimostra la sussistenza di condizioni psicopatologiche anche importanti, e che le stesse vengono indotte dall’abuso continuato di sostanze, ogni utente è invitato a sottoporsi a una visita psichiatrica per valutare più aspetti di sé e accedere a un profilo aggiornato delle condizioni mentali ed emotive e imparare a dare un senso ai propri pensieri e comportamenti.

Oltretutto diventa necessario valutare l’opportunità di accedere a una terapia psicofarmacologica ad hoc per compensare disturbi dell’umore e altri aspetti, ridurre i rischi di ricaduta, ripristinare una qualità della vita rilevante e facilitare il lavoro psicoterapeutico.

LA CURA E LA SCELTA DIURNA

L’utente che sceglie un percorso terapeutico diurno accetta un’impegnativa e talora inconsapevole sfida con sé stesso, in quanto deve ristrutturare molte abitudini pur mantenendo il contesto di vita che è quello problematico legato all’abuso di sostanze, ai reati ed altri comportamenti additivi.

Deve mostrare di essere in grado di impegnarsi attivamente nel mantenimento di una situazione sana attorno a lui. Deve imparare a creare una distanza efficace con persone che consumano droghe e chi gliele propone, e quindi prepararsi attivamente ad una progettazione terapeutica. Dovrà saper gestire un doppio contesto; quello comunitario e quello familiare, spesso conflittualmente intenso.

La scelta diurna spesso è caratterizzata da una pericolosa banalizzazione con il relativo rischio deresponsabilizzante, in quanto associabile a criteri di comodità troppo lontani da quelli terapeutici; vicinanza fisica al luogo di abitazione, un orario ridotto, possibilità di stare a casa e gestire almeno parzialmente attività personali.

Al contrario, sulla base della nostra esperienza, noi sentiamo il bisogno di qualificare massimamente la scelta terapeutica diurna, sottolineando gli aspetti di diversità e specificità rispetto ai programmi residenziali, come il livello di intensità e complessità del lavoro psicologico che include spesso la famiglia e la coppia. Per questo è bene preparare l’utente al trattamento psicoterapeutico, al fine di decifrare la disponibilità emotiva soggettiva reale. Infine, l’ambiente familiare dovrà essere sufficientemente accogliente per poter svolgere appieno la funzione protettiva e motivazionale necessaria.

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