Perché fai questo lavoro?

di Paola Rea

Ogni tanto c’è un cliente, un parente, un amico, un conoscente che mi fa questa domanda spinto da motivi diversi: curiosità, ammirazione, perplessità, critiche più o meno velate, pregiudizi…

Domanda che a volte, lo ammetto, mi coglie un po’ impreparata al punto che, come a scuola davanti ad un’interrogazione a sorpresa, ho la tentazione di cercare qualcosa in uno zaino inesistente. Nonostante abbia ben chiare le motivazioni che da anni mi portano ad aprire il cancello di una Comunità di recupero alle 9 in punto. Sarà che nel rispondere ad un’altra persona dovrei riassumere scelte personali e professionali in qualche caso da filtrare ma io, ad oggi, una risposta sintetica e impacchettata non sempre ce l’ho. È più facile che un’emozione che mi scappa sfrontatamente via dagli occhi risponda per me, nel descrivere un lavoro ad alto contenuto emotivo. Senz’altro ci sono non solo una preparazione in costante divenire, ma una predisposizione, una forza e una passione particolari che spingono noi psicologi nel campo delle dipendenze ad affrontare ferite, frustrazioni e fallimenti rimanendo con i piedi per terra rispetto a ciò che possiamo e non possiamo fare. C’è un obiettivo, quello del benessere delle persone che abbiamo in cura, più grande di noi, e un buon lavoro di equipe ci permette sia di portarlo a termine nel migliore dei modi possibili nel qui ed ora, sia di prestarci gli occhiali a vicenda per vederci più chiaro, in ogni momento, anche quando si tratta di fermarsi e riconoscere che certe strade non possiamo più percorrerle.

Parando i colpi di chi si aspetta qualcosa di diverso.

Faccio questo lavoro perché sono in una squadra vincente.

Vincente anche nei fallimenti.


Lavorare con persone tossicodipendenti significa guardarci allo specchio, mentre educhiamo loro a farlo spesso per la prima volta, e riconoscerci come esseri umani a volte altrettanto fragili. Saper essere fragili, così come saper essere forti, permette di poter stare un po’ tutti seduti insieme, in circolo, in quel fondo toccato dalla persona in cura, ad ascoltarla guidandola in un brainstorming per uscire fuori dal pozzo. Nella modalità più giusta per lei, con le sue risorse e le sue capacità, con i nostri strumenti.

Significa non fare i Salvatori di nessuno, perché le Vittime non aspettano altro. Perché le Vittime spesso Vittime non sono, hanno solo bisogno di guardare nell’armadio ed indossare altri abiti ogni tanto, per vedere come va. Per sentirsi bene fuori da giochi e ruoli psicologici comodi e conosciuti.

Significa quindi saper decifrare segnali di noi e dell’altro che, se non ascoltati, ci porterebbero al burn-out, sempre in agguato nelle professioni di aiuto in generale. Una sfida continua.

Faccio questo lavoro perché non sono un Salvatore.


Vedere una Persona alzarsi, lottare, fermarsi, ricadere, rialzarsi e infine cambiare, lentamente e coraggiosamente, espressioni del viso, comportamenti e stili di vita… come si può descrivere a parole? È vero, non ci sono moltissimi vincitori in una guerra come quella delle dipendenze, ma ci sono. Silenziosi, eppure estremamente potenti.

Faccio questo lavoro perché credo nella resilienza delle persone.


Vorrei far leggere una lettera, a chi mi fa quella domanda. Si tratta di un dono prezioso e inaspettato, ricevuto mentre lasciavamo andare ben altro. In un momento, cioè, in cui avevamo le corazze ma eravamo in riserva di carezze.

C. ci chiama castori, ci ringrazia, anche se il potere di cambiare se l’è dato eroicamente da sola, riconoscendo le sue forze. I suoi grazie, oltre che solleticare il nostro narcisismo, hanno lasciato su carta il calore dato dallo scambio relazionale con chi ci ha semplicemente – in un mondo in cui semplice non è – visto per davvero, accettando il nostro reale aiuto, permettendoci quindi di esserci per lei.


Nella mia testa, ho composto e ricomposto questa lettera almeno un centinaio di volte.

Cancellando, correggendo. Riformulando.

Ma il contenuto resta lo stesso, come un corso d’acqua che, spinto dalle modifiche dell’uomo e del tempo, muta il suo corso naturale ma sfocia comunque da qualche parte.

Ecco. Voi siete castori.

Con le vostre dighe strategicamente posizionate, mutate il corso di esistenze alla deriva. A volte incorrete in insuccessi, ma per quanto agli occhi di alcuni (me compresa) a volte siete apparsi alla stregua di semi-dei (realizzati, appagati, felici), so che siete persone. Esseri umani. E la fallibilità è propria dell’umanità.

Ma la vostra forza più grande sta nel fatto che non vi arrendete, vi mettete in gioco a viso scoperto e testa alta. In passato, alcuni mi hanno definita coraggiosa ed io ci ho creduto. Ci ho voluto credere… ma il mio “coraggio” era più che altro disperazione, temo. Voi siete coraggiosi nell’accezione più pura del termine.

Buon Dio, vi rapportate ogni giorno con noi, persone per cui la definizione “difficili” è un eufemismo… eppure, eccovi lì a prendervi cura di persone che spesso non vi dicono neanche grazie.

Dato che amo distinguermi voglio farlo. Dirvi grazie. E spiegarvi perché.

Per avermi sorriso anche quando mi sarei presa a schiaffi da sola.

Per aver rispettato i miei limiti imposti e non.

Per avermi fatta sentire a casa quando credevo che non esistesse da nessuna parte un posto per me.

[…] Per aver ampliato i miei orizzonti, che tendo a delimitare per punirmi.

Per avermi “sgridata” senza asprezza quando era necessario.

Per non avermi MAI MAI giudicata.

Per non esservi barricati dietro falsi sorrisi e frasi di circostanza.

Per avermi mostrato la bellezza dell’essere lucida, presente, nonostante la mia deprecabile tendenza a rifugiarmi in Paradisi Artificiali.

Per aver saputo guardare oltre le mille maschere che indosso per nascondermi.

Per non essere mai supponenti con me (anche quando potreste).

Per la gentilezza e la tenerezza che a volte ho scorto sui vostri volti, mentre ci guardavate e pensavate di non essere visti.

Per aver sopportato i miei sbalzi d’umore e le mie 1000 domande.

Per le giornate che dedicate a qualcosa in cui credete.

Per la vostra capacità di restare saldi nelle vostre posizioni, anche quando chi volete proteggere e aiutare vi rema contro.

Per avermi spiegato che mortificarmi non equivale ad espiare.

Perché grazie a voi inizio a capire che non sono solo una ex tossicodipendente, ma che in me c’è di più.

Per aver sopportato le mie stranezze, i miei voli pindarici e le mie nevrosi.

Perché mi sostenete, mi guidate e al momento giusto mi lascerete andare.

Perché mi avete dato, e mi date tutt’ora, ciò che non sapevo nemmeno di desiderare.

Perché dovunque io decida di andare in futuro, ci sarete voi con me.

Nella mia mente, nel mio cuore, con i vostri incoraggiamenti e con la voce della ragione.

Perché avete saputo cercare e trovare una crepa nella mia corazza emotiva.

Perché, semplicemente, siete voi e ci siete.

Per questi, e per 1000 altri motivi, Grazie.

Vi voglio bene, davvero.

C.

Sono passati due anni da questo scritto. Siamo ancora qui.

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